Al ritorno dalla Terra Santa, dove aveva ritrovato la Croce sulla quale era stato inchiodato il Salvatore, S. Elena, madre dell'Imperatore Costantino, decise di riporre la preziosa reliquia nel suo palazzo, il Sessorium. A tale scopo, la regina fece trasformare un grande atrio, costruito nei primi anni del III secolo, i cui archi sono ancora in parte visibili all'esterno dell'attuale edificio, in origine adibito a cappella palatina. Venne aggiunta un'abside su uno dei lati brevi e, separando in tre navate lo spazio interno, nacque la basilica Sessoriana, dedicata alla Santa Croce. A differenza delle altre basiliche paleocristiane, la divisione dello spazio interno, anziché longitudinalmente, avvenne in senso trasversale. L'antico ordinamento gerarchico della cappella rimaneva evidente nella spartizione degli ambienti interni, destinati a distinguere il clero officiante, la corte e la schiavitù.
SANTA CROCE   Nel corso del V secolo, la chiesa divenne una delle stazioni liturgiche cui i pontefici affidarono il compito di estendere la sfera d'influenza del Laterano, sempre più isolato rispetto alla città. Il fallimento di questo progetto determinò l'abbandono della chiesa, che tra VI e IX secolo versò in uno stato di oblio e di degrado.
  Lucio II (1144-1145) si fece promotore di un grandioso intervento che introdusse il campanile, ancor oggi esistente, e un portico sostenuto da colonne, coperto a tetto e sormontato da un prospetto a mattoni: questo nartece convogliava i pellegrini nella chiesa, dove venne introdotta la canonica scansione in tre navate longitudinali, coronata da un transetto continuo. Sopra le navatelle furono inserite delle finte gallerie arcuate. La chiesa divenne così uno dei migliori esempi di quella rinascita paleocristiana che, dopo aver trovato la sua espressione più nitida nel pontificato di Pasquale II (1099-1118), continuò ininterrotta nel corso del 1100. I modelli prediletti di questa ripresa dei moduli architettonici del IV secolo furono S. Paolo fuori le mura, da cui S. Croce trasse la forma del transetto. alto quanto la navata, e, per quanto riguarda le gallerie, S. Lorenzo, in quell'epoca ritenuta anch'essa di età costantiniana.
  Durante l'esilio avignonese, tuttavia, la basilica soffrì nuovamente una lunga fase di declino e si giunge al Quattrocento per vedere interventi, che coinvolgono soprattutto il soffitto delle navate e la decorazione parietale: proprio verso la fine del secolo il cardinale spagnolo Carlvajal, celebre per avere rivestito la carica di presidente durante il concilio scismatico contro Giulio II della Rovere (1503-13), commissionò due cicli pittorici d'importanza straordinaria per la comprensione della cultura figurativa romana del XV secolo. Il primo di essi, eseguito a mosaico nella cappella di S. Elena, al termine della navatella destra, è riferito a Melozzo da Forlì, che lo dovette portare a termine già prima del 1484: il romagnolo, in effetti, si limitò a fornire, come di consueto, i cartoni preparatori mentre la posa in opera venne affidata a una bottega specializzata. Il complesso musivo, nonostante i restauri di Baldassarre Peruzzi e, parecchi anni più tardi, di Francesco Zucchi (1593), si presenta tuttora splendido.
  Il secondo ciclo legato al prelato spagnolo orna la conca absidale: dedicato alla Leggenda della Vera Croce, esso si basa non già sulla versione fornita da Jacopo da Varagine e illustrata da Piero della Francesca nei celeberrimi affreschi d'Arezzo, ma su un manoscritto dell'XI secolo, conservato presso il Fondo Sessoriano.
  Sempre il cardinale Carlvajal, giunto al termine della sua vita, promosse altre due imprese, realizzate entrambe nel 1523: la prima consiste nel suo sepolcro che, posto alla sinistra del catino absidale, rivela, nella sobria compostezza del modellato, ancora forti retaggi della tradizione figurativa quattrocentesca. L'altra invece è rappresentata dalla costruzione della cappella Gregoriana, situata al termine della navatella sinistra e comunicante, attraverso una scaletta, con quella di S. Elena.
  Verso la fine del Cinquecento, dopo la tomba del cardinale Francisco Quinones, opera insigne del periodo romano di Jacopo Sansovino (1536), si registra il cospicuo intervento di Niccolò Circignani, che dipinse sulle pareti e sul portale d'ingresso della cappella di S. Elena un ciclo di affreschi dedicato alla Vera Croce. Il committente fu quello stesso cardinale Alberto d'Austria che alcuni anni dopo, divenuto governatore di Sèpagna, fece eseguire, sempre per il sacello, tre pale d'altare, incaricandone il giovane Rubens, giunto a Roma da Mantova nel 1601.
  La chiesa, che già versava in condizioni molto precarie, acquisì l'aspetto attuale solo grazie a Benedetto XIV (1740-58) che nel 1741 diede inizio ad una generale opera di ripristino: l'interno conservò l'impianto tripartito del XII secolo ma gli architetti mantennero solo otto delle colonne di granito originali, mentre le altre furono incorporate in pilastri di laterizio. Entro il 1743 il soffitto era terminato: vennero allora inserite, all'interno della struttura lignea, due grandi tele del molfettese Corrado Giaquinto, uno dei più celebrati pittori del tempo.
  La bella facciata si deve alla collaborazione fra Domenico Gregorini e Pietro Passalacqua, capaci di realizzare, insieme al vestibolo retrostante, uno degli ultimi capolavori del barocco romano, la cui lunga tradizione volgeva al termine: il prospetto, diviso da un solo ordine di lesene a fascio in tre settori a profilo mistilineo, è sormontato da un timpano ricurvo. Mentre al di sopra, sulla balaustra, svettano le statue degli Evangelisti, di S. Elena e di Costantino, in basso si aprono i tre portali che conducono al bellissimo atrio ovale: coperto da un soffitto a cupola e cinto da un ambulacro ellittico, quest'organismo rivela, per la raffinatezza delle membrature e dell'impianto, la vitalità davvero straordinaria del lessico borrominiano, capace di nuovi adattamenti e modulazioni sin quasi alla metà del XVIII secolo.

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